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Ecologico e resistente, il cemento romano

Malta idraulicaAnalisi chimiche di un molo romano hanno rivelato che il "calcestruzzo" usato nell'antica Roma si fa preferire ai suoi eredi moderni, sia per la durata che per il rispetto dell'ambiente. Gli studi sono stati condotti dal Lawrence Berkeley National Laboratory sui resti di una struttura portuale scoperta nell'antico porto di Baia, nel Golfo di Napoli

Secondo gli studiosi il calcestruzzo moderno sarebbe ugualmente ottimo, se non fosse che la produzione del cosidetto cemento tipo Portland (il più utilizzato e comune) è responsabile dell'immissione nell'aria del 7% di diossido di carbonio. Quello romano è decisamente più "green". Per produrre cemento oggi si deve riscaldare una miscela di calcalre a 1.450 gradi centigradi.

I Romani, invece, ottenevano calce viva bruciando pietra calcarea a 900˚C  o meno, il che richiede molta meno energia del Portland. Una volta “spenta” con l’acqua, la mescolavano con la cenere vulcanica (pozzolana): la malta che ne risultava veniva ancora mescolata col tufo vulcanico e poi posta in forme di legno. L’acqua di mare innescava una reazione chimica a caldo. La calce veniva idratata – incorporando molecole di acqua nella sua struttura – e reagiva con la cenere per cementare l’intera miscela insieme.

Non solo ecologico, ma anche resistente. Se le strutture di oggi sono progettate per durare duecento anni, un molo come quello di Baia è sopravvissuto duemila anni a onde e attacchi chimici. La composizione calcio-alluminio-silicato-idrato è un legante eccezionalmente stabile. Insomma pare che Vitruvio e Plinio il Vecchio non fossero in torto nel considerare la malta idraulica, la "pozzolona", fatta con le ceneri vulcaniche intorno a Pozzuoli, il miglior cemento, allora come oggi.