Il sito è geograficamente situato in un punto di confluenza del torrente Buthier con la Dora Baltea, dove sorge Aosta, e coincide con il dipartirsi dei due importanti itinerari transalpini del Piccolo e del Gran San Bernardo (Alpis Graia e Alpis Poenina dei romani). Essi collegano la Pianura Padana rispettivamente alla Francia e alla Svizzera, vale a dire all’Europa occidentale e settentrionale.

Il “cromlech” esistente al Piccolo San Bernardo suggerisce che questa via di comunicazione era già in uso in epoca preistorica e protostorica. L’osservazione è altrettanto valida per la via del Gran San Bernardo, in tempi recenti confermata dall’importante rinvenimento dei resti di un gigantesco circolo di pietre nell’area prospiciente l’attuale ospedale di Aosta, posta all’imbocco della strada per il valico.

La stretta relazione culturale tra i versanti alpini è dimostrata dai ritrovamenti archeologici di Sion, nell’alta valle del Rodano, sul versante settentrionale delle Alpi Pennine, dove gli scavi hanno portato alla luce un grande complesso con stele antropomorfe e monumenti funerari, simile a quello di Aosta e ad esso coevo.

Il deposito archeologico – Il deposito stratificato dell’area archeologica di Saint-Martin-de-Corléans ha un’estensione di circa un ettaro ed è costituito da un accumulo terroso spesso in media da quattro a sei metri, nel quale sono stati individuati una serie di strati, molto differenziati fra di loro, che contengono i resti archeologici.

Lo scavo è stato condotto mettendo in luce i successivi piani di antica frequentazione con tracce, più o meno evidenti, della presenza e delle attività umane.

Il deposito testimonia un’evoluzione storica che, partendo da momenti finali del Neolitico, comprende tutto l’Eneolitico (o Età del Rame) e attraversa quindi le successive Età del Bronzo, del Ferro e Romana, per giungere infine al Medioevo e all’età Moderna, per un lasso di tempo che dal 4000 avanto Cristo arriva fino al 21esimo secolo.

Le ricerche tuttora in corso hanno messo maggiormente a punto la sequenza cronologica delle fasi individuate dalle indagini archeologiche in Saint-Martin-de-Corléans. Attualmente, sulla base delle analisi delle datazioni radiocarboniche e di una revisione della successione stratigrafica, si attribuisce a un momento del Neolitico finale la pratica dell’aratura e la realizzazione di un allineamento pozzi, contenenti macine e cereali.

Tra la fine del IV e gli inizi del III millennio a.C. si assiste alla comparsa di una cultura di tipo eneolitico (dell’Età del Rame), portatrice, insieme ad altre, dell’innovazione fondamentale che è la metallurgia. Gli elementi che la caratterizzano, a partire dalla ceramica, sono estranei alle tradizioni locali e concorrono univocamente ad indicarne un’origine nell’area egeo-anatolica o transcaucasica.

Sarà di fondamentale importanza, e non solo per la preistoria valdostana, attraverso nuove scoperte e ricerche, giungere alla soluzione dell’interrogativo se le costruzioni megalitiche che si sono messe in luce ad Aosta siano un retaggio della cultura indigena tardo neolitica, ossia delle comunità portatrici dellacultura di tipo Chassey, che ebbe il suo centro d’irradiazione nei territori transalpini occidentali tra V e IV millennio a.C., oppure se costituiscano parte integrante del contesto di nuovi elementi introdotti dalla cultura eneolitica di estrazione mediterranea.

Il Megalitismo – Assume particolare rilevanza scientifica internazionale la ricostruzione storica e culturale dell’area megalitica aostana, dall’inizio III millennio a.C. (Età del Rame) fino agli esordi del II millennio a.C. (Età del Bronzo).

Il termine area megalitica, (parola di origine greca composta dai termini μέγας (megas) = grande e λίθος (lithos)= pietra) è stato utilizzato per definire sinteticamente il ritrovamento archeologico aostano: all’inizio dell’Età del Rame (3000-1900 a.C.) il sito nasce come un “santuario” all’aperto, nel quale i simulacri del culto, disposti in allineamenti orientati, sono dapprima una serie di pali lignei (forse dei totem?), quindi le stele antropomorfe di pietra (riproducenti la figura umana).

  • Successivamente l’area fu utilizzata in funzione funeraria, con l’innalzamento di imponenti monumenti funebri costruiti con grandi pietre (“megaliti”), tra i quali risalta il grande dolmen su piattaforma triangolare (Tomba 2).

    Sono inoltre presenti sepolture di differente tipologia:

  • a cista (costituita da sei o più lastre di pietra a formare una sorta di scatola), talvolta su piattaforma; dolmen semplici, con piattaforma semicircolare;
  • dolmen a corridoio, cosiddetti Allées couvertes;
  • a grande fossa con massiccio muro circolare di delimitazione.

La funzione funeraria fu mantenuta anche all’età del Bronzo (2.100 – 1.100 a.C.), con tombe che riutilizzavano frammenti di stele e si impostavano talvolta direttamente sopra le sepolture più antiche; una memoria della destinazione si aveva anche nell’Età del Ferro (dall’undicesimo secolo a.C. alla romanizzazione – primo secolo a.C.), in quanto, tra le tombe dell’epoca rinvenute nell’area, una a incinerazione era ancora stata inserita in un angolo della Tomba 2.

I trapanati preistorici di Saint-Martin-de-Corleans

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Le stele antropomorfe – Come fenomeno culturale le stele antropomorfe appaiono collegate al sorgere e al diffondersi della metallurgia, tra la fine del quarto e gli inizi del terzi millennio, ed alle modificazioni a livello sociale ed economico che tale innovazione tecnologica ha suscitato. Come fenomeno artistico esse, in Europa, costituiscono il primo passo verso la scultura monumentale.

La funzione delle stele antropomorfe è stata chiarita grazie agli scavi di Aosta, dove per la prima volta sono state trovate allineate nel loro contesto originario, dimostrando che non si tratta di monumenti associabili alle tombe, ma di testimonianze scultoree del tutto indipendenti da esse.

Riguardo all’appassionante problema del loro significato, attualmente tre ipotesi sembrano valide in eguale misura; potrebbe trattarsi di:

  • monumenti celebrativi di personaggi viventi (con ogni probabilità capi-guerrieri);
  • monumenti commemorativi degli stessi personaggi defunti
  • pantheon di divinità, o eroi, oggetto di precise forme di culto e di specifiche e ricorrenti
    iconografie.

Le stele antropomorfe aostane sono opere eccelse della statuaria, non solo preistorica, che ha come soggetto la figura umana.

Sono realizzate con lastre monolitiche di rocce scistose bruno rosate o di marmo bardiglio grigio. Lavorate in modo da rendere riconoscibile la forma umana, partendo dalla sagoma frontale, possono presentare diverse figurazioni – testa, volto, spalle, braccia, mani, abiti, ornamenti, attributi.

Il profilo delle stele antropomorfe aostane si riconduce principalmente a una tipologia, di forma trapezoidale, mentre i caratteri stilistici, sulla base delle tecniche esecutive, possono distinguersi in:

  • arcaici
  • di transizione
  • evoluti.

Come quelle svizzere, le “gemelle” rinvenute nel sito del Petit-Chasseur, a Sion (indubitabilmente appartenenti alla stessa scuola artistica), esse sono prive di caratterizzazione del genere sessuale, a differenza delle altre risalenti alla stessa epoca, rinvenute in Italia e nel resto d’Europa. Il genere maschile o femminile sembra indicato nelle stele di Aosta non dagli attributi del sesso ma dalle raffigurazioni dell’abbigliamento e degli strumenti connessi.

Gli elementi compositivi delle figure sono realizzati in forma geometrica, secondo grandezze che rivelano l’uso di peculiari unità di misura (il pollice di cm 2,5 e il piede di cm 31); appaiono rappresentazioni sia delle parti corporee (testa, sopracciglia, naso; braccia allungate o piegate ad angolo retto, mani), sia degli abiti (intrecciati o tessuti, realizzati con pelli o pellicce, cuoio, fibre vegetali), degli ornamenti (collane, cinture), degli attributi (pendaglio a doppia spirale), delle armi (arco, frecce, accetta, pugnale).

Il museo – Il percorso espositivo dell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans inizia con una discesa temporale dall’odierno alla preistoria: lungo un tragitto costellato da immagini riferite alla storia umana, le passerelle dall’ingresso del museo conducono il visitatore al livello del sito archeologico vero e proprio (a circa 6 metri sotto il livello stradale).

Qui si apre allo sguardo un ambiente grandioso: l’effetto cercato è quello di una comprensione visiva emozionale dell’insieme, colto come complesso monumentale, modulato dall’illuminazione che muta gradatamente con riferimento alle diverse ore del giorno.

Attraversando la dimensione del tempo, i toni delle luci colorano l’atmosfera che avvolge i reperti archeologici, il dolmen, le stele abbattute, le piattaforme, le tracce delle arature.

La visita è un continuo affaccio sul sito archeologico, in una sorta di costante dialogo “interno-museo / esterno-sito”. Spiegazioni, approfondimenti e interpretazioni sono disponibili su apparati didattici e multimediali.

L’itinerario si articola in sei sezioni, che seguono e ricostruiscono la periodizzazione del sito: la curva accogliente della cronologia termina indicando il passaggio alle arature, quindi ai pozzi, attraversando poi il lungo ambiente dedicato agli allineamenti di pali, per giungere alle stele antropomorfe e alla conclusiva fase delle tombe.

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