C’è un luogo a Fidenza dove la storia si tasta con mano, dove si può impugnare la valigia-radio di una spia e sentire il brivido di decodificare un messaggio, battendo i tasti di Enigma, la macchina cifrante di Hitler. Quando si varca la soglia del Rover Joe è come entrare in una macchina del tempo e tornare agli anni del secondo conflitto mondiale.

Il museo sorge in un capannone dell’area industriale di Fidenza ed è nato una ventina di anni fa, figlio della passione per le radio di Alberto Campanini. Da ragazzo assemblava apparati Cb (il “baracchino”). Ora colleziona sistemi di radiocomunicazione, apparecchi utilizzati dai reparti dello spionaggio, macchine cifranti.

La raccolta vanta qualcosa come 1.800 pezzi, cui si aggiungono 22 mezzi militari. Tutto risalente al periodo della Seconda guerra mondiale, dal 1938/39 al 1945. E in buona parte funzionante.

Una passione contagiosa, tanto che l’associazione Rover Joe conta circa 40 volontari, impegnati organizzare eventi, partecipare a rassegne, manifestazioni e celebrazioni, come il Venticinque aprile.  Una buona parte dell’attività avviene con le scuole, non solo del territorio, ma con istituti di altre province.

Non chiediamo un euro, qui si entra liberamente – spiega Campanini – il museo si autosostiene. I ragazzi possono toccare la storia con mano, ma gli insegniamo anche come gli apparecchi funzionano e a ripararli, cosa che non fa più nessuno oggi. Abbiamo pensato di concentrarci sulla Seconda guerra mondiale perché le telecomunicazioni hanno rivestito un’importanza fondamentale nel conflitto. Pensiamo ai sistemi elettronici, i radar, la crittografia. Si sono affermati concetti tecnologici ancora oggi fondamentali, che è importante conoscere e capire”.

Rover Joe e il soldato Bennet – Persino il nome dell’associazione e del museo – Rover Joe – racconta una storia. Quella di una jeep e di un soldato. “Venni in possesso di una Willys che montava uno strano apparato radio. Pensai fosse qualcosa di posticcio, così mi sono incuriosito e scoprii essere uno dei pochi apparecchi rimasti del sistema di comunicazione utilizzato dagli Alleati nella campagna d’Italia“.

“Per la conquista della Sicilia venne ideato un sistema di trasmissione mobile montato sulle jeep Willys, che permetteva di comunicare sia con l’aviazione che con l’esercito, in modo da coordinare meglio gli attacchi. In effetti fu un successo totale, tanto che tra gli Alleati, a differenza di quanto avvenuto in Nord Africa, non ci furono perdite dovute a fuoco amico. Quel sistema si chiamava ‘Vrc 1’, ma quando gli arei dovevano attaccare, usavano il nickname e chiamavano Rover Joe. Un nome che ci è piaciuto molto e ci è parso adatto per il museo”.

Ma la storia non finisce qui: “Durante le ricerche, insieme ad alcune fotografie comprate in un’asta americana, trovai un foglio di servizio con i nomi di 16 operatori Rover Joe. Ci sarebbe piaciuto avere qui almeno uno dei parenti, ma era come cercare il classico ago nel pagliaio”. Sono state una serie di circostanze favorevoli a far incontrare nel 2005 Campanini e Paul Bennett, un 90enne ex radioamatore dell’Ohio, residente a Port Arthur in Texas.

“Quando vide la lista vi trovò i nomi di tutto il suo gruppo. Mi diede in dono un pezzo di marmo che gli avevano scolpito a Carrara nel ’44, con l’incisione ‘Paul Bennett – Rover Joe’. Gli dissi che lo avrei accettato solo se lo avesse portato lui in Italia. Così nel 2009 atterrò a Roma e organizzammo un giro, ripercorrendo le tappe della sua campagna militare, 65 anni dopo. Il 25 aprile eravamo davanti al museo, dove ritrovò la jeep. Fu molto coinvolgente, tanto che dovemmo ripetere la presentazione due volte, perché anche i cameraman delle tv, emozionati, si erano dimenticati di premere record”.

Oggi il nome di Bennett compare sulla Willys, custodita insieme ad altri mezzi della collezione del museo, tra i quali un faro per la contraerea e alcuni veicoli – americani, italiani e tedeschi – adibiti all’epoca a stazioni radio mobili. “Cerchiamo di restaurali e riportarli all’aspetto originale” spiega Campanini, mentre fa rombare un sei cilindri Bmw, ancora perfettamente funzionante.

La collezione – Quella del Museo Rover Joe è una storia che si racconta attraverso gli oggetti, che siano le radio dei bombardieri a lungo raggio, i radiogoniometri impiegati sui temibili U-Boot, i Walkie-Talkie dello sbarco in Normandia. Sono rappresentate le nazioni coinvolte nella Seconda guerra mondiale: Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Italia, Germania, Russia, Giappone.

Apparecchi che evidenziano un aspetto particolare di quel periodo, che spesso non si considera: “Come chiunque può vedere in pochissimi anni si passa da strumenti rudimentali a una tecnologia quasi da fantascienza. C’è stata un’evoluzione pazzesca, sostenuta da una produzione industriale mai vista nella storia umana”. Nella sezione speciale dedicata alla luce troviamo telemetri, proiettori all’infrarosso, apparati italiani come il telegrafo ottico Faini Triulzi. E ancora l’antesignano del fax e dei moderni scanner.

Tra gli scaffali, colmi di oggetti, tutti sistematicamente inventariati e schedati, Campanini mostra il primo esemplare di Walkie-Talkie, utilizzato durante lo sbarco in Normandia. Strumenti per la guerra elettronica, come i Jammer per contrastare gli efficienti radar delle Germania.

La sezione tedesca racconta proprio l’alto livello tecnologico raggiunto. “C’è da imparare ancora oggi” sottolinea Campanini, guardando un registratore a nastro. “Modelli di questo tipo erano identici a quelli impegnati per i sosia di Hitler. Il livello di qualità dell’audio era talmente alto, che era molto difficile capire che il finto Führer stava in realtà parlando in Playback”. La sezione italiana racconta un aspetto peculiare del nostro Paese: “Vi era povertà di mezzi, compensata da un ingegno e una fantasia grandiosi”.

Le radio delle spie – Ogni oggetto ha una sua storia da raccontare, che sia quella legata alla sua produzione o al suo utilizzo. Chissà quali segreti si portano dietro le radiotrasmittenti della sezione spionaggio. Camuffate dentro valigie, con tanto di antenne e manopole incorporate all’interno, paiono scaturire dalla penna di Ian Fleming e da un episodio di James Bond.

Si tratta di apparati che erano utilizzati dai principali servizi di intelligence, come l’Oss (Office of Strategic Intelligence) americano, il “padre” della moderna Cia (Central Intelligence Agency). Ma pure dai partigiani, come la radio ‘B2’.

Proprio dalla documentazione di uno di questi esemplari – il museo ha libretti d’istruzioni e manuali di buona parte degli oggetti – arrivano due messaggi dal passato. Un testo, che pare originare dalla Segreteria di Stato vaticana, firmato Raffaele Casadio in cui si conferma di aver ricevuto alcune notizie, non altrimenti precisate.

E un altro messaggio, da Torino, datato otto maggio 1945, del Corpo volontari della Libertà, in cui compare l’avviso di riportare ai comandi proprio gli apparecchi radiotrasmittenti per evitare “furti e inconvenienti”.

Il Mulino di Hitler – L’oggetto più misterioso del museo sembra una macchina da scrivere. Ma è una apparecchio cifrante, che sulla carta doveva essere più evoluto della famosa Enigma. Tecnicamente si chiama Sg41, ma è nota come ‘Hitlermühle’, il ‘mulino di Hitler’. Ne furono prodotti solo duemila esemplari. Quelli sopravvissuti si contano sulle dita di una mano. Uno è al Rover Joe di Fidenza.

Nessuno sa come funzionasse, nel 2010 è stato desecretato il manuale d’istruzioni, ma non contiene particolari indicazioni. Viene chiamata ‘mulino di Hitler’ per la presenza della manovella o perché macinava codici. Sembra che un messaggio fu intercettato nel ’45 a Bletchley Park” la Stazione X, dove Alan Turing e il suo team ebbero ragione della macchina Enigma.

Enigma – Immaginate di dover decodificare la semplice parola ‘ciao’ e avere 150 milioni di milioni di possibilità diverse prima di poterla interpretare correttamente.

Questa è la macchina Enigma, uno dei più sofisticati strumenti di comunicazione cifrata, ideata e utilizzata dai tedeschi nel secondo conflitto mondiale. Il Rover Joe possiede uno dei 15 modelli attualmente conservati in Italia. Funziona perfettamente.

«Enigma – dice Campanini – sembra l’antitesi della comunicazione. Ma con l’avvento della radio, la probabilità che un messaggio venisse intercettato era elevata. Quindi la necessità di nascondere le informazioni vitali, usando la crittografia. La macchina ha svolto bene il suo compito. Secondo molti storici ha prolungato la guerra di due anni.»

Nemmeno un esercito di geniali crittografi, impegnati 24 ore su 24 sarebbe potuto venire a capo dell’incubo di circuiti e rotori, che costituiscono l’anima di Enigma. Come raccontato nel film “The Imitation Game” fu un’altra macchina, quella concepita del brillante matematico inglese Alan Turing, a rompere il codice di Hitler, grazie all’intuizione di utilizzare una serie di parole chiave, ricorrenti nei messaggi intercettati.

Una scoperta rimasta pressoché segreta fino agli anni recenti, ma di cui, per un altro aspetto, abbiamo tutti beneficiato: il computer. Il matematico, padre dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, morì suicida a soli 41 anni, a causa delle persecuzioni subite dalle autorità britanniche per la sua omosessualità.

Solo nel 2013 la regina Elisabetta ha elargito la grazia postuma a Turing. La storia di Enigma, al pari di quella dei tanti oggetti conservati al Rover Joe, ci riguarda davvero da vicino.

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